sabato 17 agosto 2013

LOSE HATE, NOT WEIGHT.

Alla fine torno. Perché credevo di poter fare a meno di questo blog, di voi, di scrivere. Ma non è così.
Perché credevo di essere cambiata, ma io sono sempre io, la stessa identica persona che scriveva quelle cose. E anche se tante cose sono davvero completamente diverse a questo punto, rinnegare tutto ciò che è stato, tutto ciò che qui è impresso non serve a niente.
Torno, perché sì, io sono cambiata, sono andata avanti, sono guarita – e voglio scriverlo, con voi.

Spero che il brano che segue vi faccia bene quanto lo ha fatto a me.

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Virgie Tovar per Mouth Of Mums, Traduzione Maria G. di Rienzo.

«Ho vissuto per lungo tempo con la convinzione che il mio corpo fosse il mio nemico. Credevo mi avesse tradito, ingoiato, e che la “vera me” giacesse profondamente all’interno. La “vera me” era graziosa, piccina e fragile, con gambe come steli.
Se mi aveste chiesto da bambina cosa volevo diventare da grande, vi avrei risposto: sottile. Vivevo e respiravo questi sogni. La distanza fra ciò che effettivamente ero e ciò che volevo essere era enorme, un crepaccio invalicabile che sembrava solo crescere con ogni pasto saltato e ogni ora passata aspettando quel giorno speciale – il giorno in cui non sarei più stata me stessa. Poiché sono femmina, l’odio di me era parte della mia eredità culturale.
Sono stata cresciuta da immigrati messicani, la gente di mia madre, in una casa di pentecostali. In chiesa, ero la sola ragazzina scura e rotonda. Avevano parole per dirmi quanto odiavano il mio grasso, se non ne avevano per quanto odiavano il colore della mia pelle. Facevo parte delle Missionettes, qualcosa di simile alle scout. Si vincevano medaglie per la bellezza, il pulire e il rendere servizi. Passavamo intere serate parlando di bevande dietetiche e della forma delle nostre facce e dei colori che meglio si adattavano alla nostra sfumatura di pelle e dei mariti che avremmo avuto in futuro. Guardavo le romanticherie di Disney su un amore per cui il mio corpo scuro e tondo non era qualificato. Tramite la scuola e la televisione, imparai chi ero. E chi ero divenne la mia più grande vergogna. Ero esplicitamente condizionata a pensare che il grasso era male, ma era molto più tardi quando capii che mi era stato insegnato anche che era molto male essere marroni ed essere donne.
L’odio era la sola cosa che aveva senso, allora. Era così naturale, non aveva neppure un nome. Odio era sinonimo di vita, intessuto in tutti gli spazi che non riuscivo a capire ed in un buon mucchio di quelli che capivo. Non ho mai avuto l’ambizione di vivere una vita senza odio. Non sapevo nemmeno che tale realtà fosse possibile. E poi… Quando avevo vent’anni, un gruppo di femministe queer e radicali mi ha salvato la vita. E i piccoli atti di ribellione e di autoconservazione che mi ispirarono – rifiutare di sposare il mio primo fidanzato, non indossare abiti che erano troppo piccoli per me – cominciarono a spingere via l’odio che avevo per il mio corpo.
Il provare disgusto per te stessa ti esaurisce. Ma l’odio di sé era familiare: lo vedevo in mia madre, in mia nonna, in molte mie amiche. Non riuscivo a immaginare una vita che non mi mettesse contro me stessa. L’odio era una vecchia casa che avevo abitato a lungo. E allora non lo sapevo, ma ero terrorizzata dalla persona che ero senza di esso.
Mi ricordo di essere stata ad ascoltare un’amica che parlava dell’intervento chirurgico a cui si era sottoposta per perdere peso. Pensava che ciò l’avrebbe cambiata in modo fondamentale, che avrebbe risolto tutti i suoi problemi, che l’avrebbe resa intera. Alcuni anni più tardi scoprì che l’intervento e il dimagrimento non avevano cambiato nulla. Certo il suo corpo era cambiato, ma la sua convinzione di essere brutta e difettosa era ancora là. Per tutto il tempo precedente quel disgusto e quell’odio di sé erano stati proiettati sul grasso e quando questo se n’era andato, lei non sapeva più cosa doveva biasimare. La chirurgia non aveva rimosso il fulcro della sua vergogna. E lei aveva rischiato di morire nel processo.
Loro – medici, familiari, opinionisti sulla salute pubblica – ci dicono che è il grasso. Ci assicurano che il problema sono i nostri corpi. E questo convincimento ci intride in modo così totale che non riusciamo neppure ad immaginare chi potremmo essere senza tale bugia. La fobia del grasso, in parecchi modi, non riguarda il rendere tutti quanti magri. Riguarda l’angosciare le persone con la missione impossibile della conformità. Riguarda il convincermi che il problema risiede nei nostri corpi – in noi – e non fuori, nelle norme sociali difettose e nelle morali sociali prescrittive. Di una cosa sono ormai convinta: la fobia del grasso non ha niente a che fare con la felicità, con la gioia, con l’appagamento o con la salute.
Avevo 26 anni quando il muro impenetrabile fra il mio corpo e me cominciò a cadere. I miei ricordi, che sino a quel momento erano un pugno chiuso, cominciarono ad aprirsi e a rivelare i quieti atti d’amore che il risentimento aveva oscurato. Vent’anni dopo, ogni volta in cui torno con la memoria al mio corpo, scopro che ha sempre sperato e lavorato per me, mi ha sempre dato respiro. 
La mia vita è cominciata quando ho smesso di tentare di perdere peso e ho indirizzato la mia mente a perdere odio.
Ho scelto di perdere odio, e non peso, per tutti coloro che hanno perso e perderanno vita o salute a causa di interventi chirurgici mirati alla perdita di peso.
Ho scelto di perdere odio, e non peso, in segno di protesta contro un’industria dietetica multi-miliardaria che smercia vergogna in cambio di soldi.
Ho scelto di perdere odio, e non peso, per destabilizzare un sistema sanitario razzista, sessista e fobico che valuta certi corpi più di altri.
Ho scelto di perdere odio, e non peso, perché nessun gesto di amore per me stessa è uno spreco.
Perché io ho un solo corpo, ed è miracoloso, ed è bello, ed io lotterò per esso e non contro di esso.
Ho scelto di perdere odio, e non peso, per la persona che ero, per i pasti saltati e gli anni perduti, e per ogni piccola ragazzina tonda e scura che piange desiderando di essere qualcun’altra.»

5 commenti:

  1. Bentornata! Le parole di questo brano sono perfette... sono rimasta ammutolita e incantata... Sono molto felice che tu sia tornata!

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  2. Forza e coraggio donna. E.. che belle parole..
    "Ho scelto di perdere odio, e non peso, per la persona che ero, per i pasti saltati e gli anni perduti, e per ogni piccola ragazzina tonda e scura che piange desiderando di essere qualcun’altra."

    <3

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  3. Ben detto carissima! Bisogna però sorridere! (: nonostante tutto, ma..a volte è davvero difficile..

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  4. Che belle parole!!
    Ho spulciato un po' il tuo blog e lo seguirò spesso !
    Bellissime le tue parole, su molti aspetti mi ci rivedo...

    A presto!
    Un abbraccio!!

    Ps: se vuoi passare mi farebbe piacere averti tra i lettori del mio blog: www.bornordie.wordpress.com :)

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